Il Canalbianco, Le luci della centrale elettrica e il viaggio

Due anni fa i miei passi mi hanno condotto a questa cascina antica nei pressi del Po, che abito dall’estate scorsa, e ancora mi diverte leggere lo stupore quando lo racconto e ascoltare quelle musicalità a mezzo fra veronese e modenese e ferrarese:

«Ma come, un deputato qui?»

«E’ venuto ad abitare qui?»

«Ma qui non c’è nulla!»

«Ma un deputato, deputato?!»

Il primo che mi ha parlato del Canalbianco è stato un amico, consigliere provinciale di Mantova. Ero convinto che questo canale si gettasse nel Po, come tutto qui, e invece, mi disse, il Canalbianco è un canale artificiale, che in parte riceve le acque del fiume Tartaro che nasce da risorgive misteriose in mezzo alla campagna veronese. E’ navigabile, aggiunse, collega Mantova alla laguna di Venezia, e vorremmo da tempo fosse riscoperto per rilanciarne i commerci.
Poi, qualche tempo fa, una persona a me cara mi dice: «Ascolta questa canzone, “Cara catastrofe”, io continuo ad ascoltarla e non riesco a smettere». Mi manda l’indirizzo youtube, e ricordo di averla ascoltata durante una pausa, fra una seduta d’aula e l’altra, e di averla ascoltata ancora, e poi ancora, e ricordo che dissi: «E’ bella, mi piace, non riesco a smettere di ascoltarla, fa uno strano effetto ascoltare questa musica, queste parole, proprio qui dentro…». E così cominciai ad ascoltare altri pezzi di questo gruppo “Le luci della centrale elettrica”, canzoni che in qualche modo, non so perché, mi ricordavano la gente della pianura e la mia cascina, con i suoi silenzi, le nebbie che paiono proiettate da un vecchio tubo catodico, e la luce esagerata che acceca l’estate, e la terra, ché quando la prendi in mano e la lavori ti rimane appiccicata, ti sporca le unghie, è una terra buona, ha un sapore, un odore suo, ed è bello così.
E poi, qualche tempo fa, mi è capitato questo libretto: “Anime galleggianti”, che narra di un viaggio su una zattera lungo un canale, un canale dove non c’è nulla, un viaggio “dall’essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti da niente”, una deriva, un approdo, un canale in mezzo a quella pianura piatta segnata da case e cascine come fossero isole, quella pianura che mi ha accolto, un viaggio dove pare non accadere nulla. Leggo affascinato e scopro che è proprio il Canalbianco, che passa poco distante dalla cascina, e scopro nella narrazione particolari che fanno già parte della mia vita: quella vegetazione tropicale che paiono mangrovie e pare d’esser sul Rio, quella scritta “perdonami” abbandonata davanti a un cancello, il vecchio borgo dove si sarebbero incontrati Attila e papa Leone, e quella pianura piatta segnata dal ferro e dalla ruggine, ché anche la ruggine sa esser bella a saperla guardare, e da cascine in rovina e cascine salvate dall’uomo e case dai colori accesi, e poi, laggiù, un po’ più a sud, la vecchia Montedison di Ferrara che non è altro che quella Centrale elettrica, e il narratore del viaggio è, assieme a Massimo Zamboni, proprio quel Vasco Brondi delle Luci della centrale elettrica.
Io non so se questa sia solo una storia di coincidenze, se i passi della nostra vita siano casualità. A me pare vi sia un disegno. Ma è tanto bello non domandarselo e camminare, così, senza una meta precisa, viaggiare finalmente senza aspettarsi nulla, “dall’essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti da niente”.

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