Settembre

Settembre è il mese migliore per vivere il giardino. Il caldo ha ormai mollato la sua presa. Le zanzare sono molto meno aggressive. I lavori interminabili che hanno segnato la primavera sono un ricordo. Lascio le birkenstock nella cascina e mi aggiro a piedi nudi sul prato, facendo molta attenzione a dove poggio i piedi: potrei incontrare qualche piccolo riccio dal muso appuntito, o un’ortica che spunta dal terreno. Invece incontro solo erba soffice e qualche sasso fastidioso da aggirare. Le dita si sporcano, i piedi si anneriscono, ma questo è bello, è sensuale, perché è riprender contatto con la terra. Cerco un posto tranquillo dove leggere, poi invece decido di far visita alle piante. Prima il ciliegio già spoglio, ai suoi piedi la casetta di Aurora, orfana dei giochi estivi. Aurora mi ha chiesto una casetta sull’albero per la prossima primavera e mi aggiro con lo sguardo per aria a cercare rami capaci di sostenerne il peso, senza danneggiare la pianta. Non ne vedo, ma chissà… Anche i due alberi di albicocche, l’adulto e il giovane, cominciano a ingiallire le foglie. Ho appena aperto la prima marmellata di albicocche, che temevo fosse venuta bruciata. Invece è buonissima, delizierà la prima colazione: da quest’anno niente più brioches industriali!
Il pesco vetusto che la tempesta di ferragosto aveva danneggiato, ancora non s’arrende. Eleva le sue foglie al cielo, come una sfida, e pare attendere ancora e poi ancora estate. E’ carico di anni, ed è capace di frutti dolcissimi, anche se bisogna esser lesti a coglierli quell’unico giorno in cui non sono più acerbi e non sono ancora marciscenti. Se si è fortunati, se ne ricavano macedonie prelibate. Ancora non ho avuto il coraggio di rivelargli, che a poca distanza gli ho affiancato un giovane pesco di qualità antica…
Il tempo di uno sguardo all’orto, che si sta trasformando in una selva e presto dovrò ripulire, ma che ancora offre melanzane e peperoni piccoli e gustosi, e mi dirigo dalla parte opposta del fazzoletto di terra che l’anno prossimo ospiterà il nuovo grande orto. Studio le giuggiole che stanno maturando, purtroppo quest’anno piuttosto rade. Poi gli alberi di qualità antica piantati la scorsa primavera. Sul “melo di giugno” sono spuntati alcuni piccoli fiori bianchi, quasi che la natura non voglia ancora arrendersi all’autunno che s’avvicina. Mi spingo fino al giovane pero che delimita la proprietà e che, complice la distanza dalla cascina, deve aver sofferto la sete quest’estate. Qui, fra qualche tempo ho intenzione d’installare delle arnie. Osservo l’albero un po’ preoccupato, poi torno sui miei passi a far visita ai due ulivi leccini, giovani e spensierati, e al melograno piantato lo scorso autunno, che sfoggia orgoglioso il suo primo frutto. In lontananza il nitrito dei cavalli della Conchiglia, la scuola di equitazione: è bello avere come vicini di casa una scuola di equitazione, e i proprietari sono affabili e ospitali.
Gli alberi di fico mi osservano dall’alto. Spingo lo sguardo verso le fronde attraversate dal sole al tramonto: possiedono qualcosa di misterioso e di selvaggio. Dai due fichi, lo scuro e il chiaro, ho ricavato una ventina di vasetti di marmellata, alcuni già donati a chi mi viene a trovare alla cascina. Se avessi avuto il tempo e la costanza di coglierne tutti i frutti, ne avrei ricavato tre o quattro volte tanto. Ma è impegnativo gestire da solo questa cascina, soprattutto quando si fa ben altro e ben più gravoso lavoro.
Il grande prugno che al principio dell’estate, in una festa di ori, mi ha donato con generosità frutti dolcissimi, sta ritirando le foglie malinconico. Aggiro il pollaio antico dai mattoncini a vista, che l’anno prossimo dovrebbe tornare ad esser abitato. La passeggiata a piedi nudi sta per terminare. Penso ad Arianna: quando smetterà il suo gesso al piede e tornerà a far visita alla cascina, riprenderà le sue passeggiate, ma sarà già autunno inoltrato, sarà tempo di memorie, e anche i fichi avranno perso completamente le foglie. Forse ne ricaverà spunto per le sue poesie. Per adesso godiamoci quest’ultimo scorcio d’estate e prepariamoci alla fioritura autunnale delle rose. Le ho liberate dalle erbacce, ho pacciamato il terreno creando grandi aiuole – uno strato di lapilli, un telo doppio e poi la ghiaia –, ho eliminato i parassiti e ho concimato il terreno. Ho fatto la stessa cosa con i rincospermo e i glicini e sono certo che la prossima primavera mi regaleranno fioriture abbondanti. Con le rose invece non si può mai sapere, tanto sono superbe e altere.
L’ultima tappa è al melo dalle grandi mele verdi, Granny Smith, che forse sogna ancora l’Australia. Pare volermi sfidare con l’asperità dei suoi frutti, ma io non me ne curo molto. Colgo gli ultimi frutti che sto facendo maturare lentamente nel fieno. Ne trarrò delle centrifughe salutari, oppure le userò nell’insalata.

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