Il misterioso caso delle galline scomparse

 

Basta conviverci un po’ e te ne accorgi. Non sono stupide, come si dice. E chi ha messo in giro questa voce, doveva averne visto poche, magari più avvezzo alle fiabe sugli animali, che si raccontano ai bambini in città per farli addormentare, piuttosto che alle chiassose corse per i campi in un pomeriggio di primavera. Le galline non sono stupide. Hanno una loro intelligenza. Soprattutto sono dotate di un carattere deciso, che talvolta vorrebbe essere persino burbero, e invece fa solo tenerezza se accompagnato al pensiero di quanto possano essere innocue e indifese. Abitano la cascina da quest’autunno ormai. Non era trascorso un mese che già avevano preso a deporre uova. E da allora hanno smesso solo quando sono stato ricoverato in ospedale.
Il loro arrivo mi ha fatto volare la mente a ricordi d’infanzia, che non sapevo più di possedere: le galline vocianti nel giardino dei nonni, laggiù in Calabria; quella filastrocca con la “gallinella zoppa zoppa”; e poi quelle altre galline – a me sembrò un esercito di galline – che avevo visto in quella grande fattoria sul Lago, dalle parti delle “Grezze”, che un giorno di primavera la maestra, la Tina Brunelli Loro, ci portò a vedere. E poi, siccome s’era finita presto la visita, ce n’eravamo tornati a piedi a scuola, cantando per strada tutti assieme: “Quel mazzolin di fiori” e “Bella ciao”. Pare ieri, ed era invece un altro mondo, un’altra Italia…
Le galline dunque. A correre sono buffe, sgraziate. Quando mi avvicino, hanno un loro modo di accucciarsi che vuol dire: «Accarezzami, dai, puoi farlo, vedi come sono morbide le mie piume». E poi c’è quel loro vociare, come un gorgoglio colorato, che riesci subito a capire se sono contente, incazzate o solo annoiate. È impossibile non affezionarsi.
Così domenica scorsa, rientrato a casa, dopo un faticoso tour di campagna elettorale lungo le valli bresciane, ci sono rimasto male quando ho trovato il pollaio vuoto. Solo una gallina spaurita a presidiarlo nel buio. Ci siamo attivati subito nelle ricerche con torce e richiami. Niente. Nel pollaio nessun segno di colluttazione. Tutt’attorno nessuna traccia. Le galline sparite nel nulla.
Dopo un’ora di ricerca il primo rinvenimento macabro, dalle parti delle arnie, dove andavano spesso a razzolare: una zampa, una zampa e nient’altro. Il mattino dopo, una giornata gelida e luminosa, la perlustrazione del terreno non portava a nulla, nemmeno una penna, una piuma. Solo uno scavo sospetto sotto la rete. E poi cinque lepri che saltellavano allegre attorno alla proprietà, e con gli occhi mi dicevano: «Dai, prendici, prendici se ci riesci».
Le indagini portavano subito a scagionare la faina. Le faine sono killer spietati, ma non sono terroriste: individuano la loro vittima, un’unica vittima. Certo abbandonano il cadavere sul luogo del delitto, ma non si sognerebbero mai di portar via quattro galline tutte intere. Nel pollaio era stato rinvenuto un unico uovo quella sera, mancavano le uova del pomeriggio. Dunque il fatto era avvenuto di giorno. Lo scavo sotto la rete, la zampa… Le indagini puntavano dritto a lei: la predatrice, la volpe. E io già mi vedevo protagonista di un’implacabile caccia coi battitori e al mio fianco il fido Tremal-Naik. Come dite? Si, si, lo so, quella era la caccia alla tigre e io non assomiglio minimamente a Sandokan. Ma se solo provo a immaginarmi impegnato in un’elegante caccia alla volpe, coi corni, i cani e tutto il resto, inevitabilmente mi vedo al fianco di Mary Poppins… E comunque, elaborato il lutto dei primi giorni, rimaneva la consapevolezza che vivere in campagna, campagna vera, significa anche questo. Fa parte dell’ordine delle cose. Bisogna farsene una ragione. Qui ci sono topi che divorano le rane, civette che di notte fanno razzia dei topi, gufi reali che silenziosi e implacabili si avventano sui nidi di tortore. E anche volpi che finiscono le galline e se le portano tutte intere nella tana, magari per sfamare la cucciolata. E così dev’essere. Tocca a me, semmai, prendere precauzioni a protezione del pollaio.
Erano trascorsi quattro giorni da quella domenica tragica, ed era arrivata la neve: una nevicata fitta, come non se ne vedeva da tempo. E le galline cominciavano a essere già un ricordo. Forse pure per la gallina superstite, che non appariva più tanto spaurita e pareva essersi già abituata nel suo nuovo ruolo di castellana solitaria. E invece la mattina della grande nevicata, quando la coltre s’era già alzata di una decina di centimetri, il cielo gonfio, i telegiornali a raccontare del burian, il vento venuto dalla remota Siberia, eccole tornare tutt’e quattro, ireniche, come se nulla fosse successo: zuppe di neve, un po’ intirizzite, ma nel complesso serene come dopo una vacanza. Cos’abbiano fatto in quei quattro giorni all’addiaccio, proprio non lo so. Forse quella domenica sono state effettivamente testimoni di qualcosa che le ha messe in fuga. Quella zampa, dalle parti delle arnie, era un indizio molto eloquente. O forse, semplicemente, avevano voglia di andarsene in giro per il mondo, come lo gnomo d’Amélie. Provo a interrogarle con lo sguardo, ma fanno finta di niente: capiscono di averla fatta grossa. Immagino che abbiano narrato per filo e per segno le loro avventure alla loro compagna. Adesso sono nel recinto del pollaio, osservano annoiate la neve e attendono il disgelo, per poter tornare a razzolare attorno alla Cascina della pace. Al mattino sulla neve compaiono nuove impronte: alcune sono di lepri, altre inequivocabilmente di volpi, e poi ce ne sono altre ancora, strane, misteriose, impronte che proprio non riesco a identificare.

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