E’ un titolo poco noto di Leonardo Sciascia: “L’affaire Moro”. Non ricordo più quando lo lessi la prima volta. Doveva essere estate, al mare, in Calabria, verso la metà degli anni ‘80. Dovevo averlo scovato per caso nella libreria del nonno geografo, fra i classici e i volumi di geografia economica. Doveva essere una delle primissime edizioni: quelle eleganti della Sellerio, con l’incisione di Clerici in copertina, stampate nell’autunno di quel 1978, in cui l’Italia, all’improvviso, s’era scoperta profondamente mutata. Un instant book, dunque, come si direbbe oggi: l’eco degli avvenimenti tragici della primavera del ‘78 non si è ancora spenta – il libro si chiude appunto con la data del 24 agosto 1978 – e nel silenzio della sua casa di Racalmuto, Sciascia riflette, scrive e ci lascia le sue riflessioni sul rapimento di Aldo Moro e sui tanti misteri di quei giorni. Lo stile è complesso, quasi ermetico il senso, ma fra le righe si legge vivida la sofferenza dell’intellettuale. Le conclusioni a cui giunge Sciascia, sono già nell’incipit del testo, una citazione di Canetti: “La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto al momento giusto”. Ma nell’omicidio di Moro e nelle sue oscure trame, di cui solo oggi noi abbiamo più piena contezza, la riflessione di Sciascia s’allarga e si fa presa di coscienza e denuncia civica dei mutamenti storici e degli stravolgimenti sociali. E infatti il libro si apre con un riferimento, quasi un commosso ricordo verso l’intellettuale italiano che, più di tutti, aveva denunciato le trasformazioni, lo stravolgimento culturale a cui, nel dopoguerra, il Paese e le sue classi sociali erano stati sottoposti: Pier Paolo Pasolini. “Con Pasolini”, annota Sciascia, “Per Pasolini. Pasolini ormai fuori del tempo ma non ancora, in questo terribile Paese che l’Italia è diventato, mutato in se stesso”. E fu proprio questa introduzione dedicata a Pasolini a colpirmi, al punto da rendere questo libro uno dei miei libri di formazione, a cui nel tempo tante volte sono tornato.

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