Non acquisto mai libri al supermercato: sono convinto che uno dei piaceri della vita sia entrare in libreria, aggirarsi fra gli scaffali, annusare il profumo dei volumi freschi di stampa, spiare il volto assorto degli altri clienti, e poi scoprire, ancora una volta, che il desiderio di acquistare un libro, un altro libro, è più forte di qualsiasi mia volontà. Ma quel giorno il libro era lì, dalle parti delle casse del supermercato, ad attendermi. Di Tiziano Terzani all’epoca sapevo poco, non avevo letto i suoi reportage, i suoi libri. A ripensarci adesso, è stato davvero strano scoprire Terzani in un supermercato: “Un altro giro di giostra”. Ma quell’incipit lieve e scorrevole che narrava la malattia, il male incurabile che non temeva di chiamare col suo nome, cancro, mi aveva colpito. Lessi il libro quasi tutto d’un fiato, e poi lo lessi ancora. Inizialmente, a me che appartengo a una tradizione culturale differente da quella a cui Terzani s’era avvicinato, a me pareva dovessi cercare, dovessi scoprire quasi una formula segreta, quella visione appartata che permette di concepire la morte con tanta serenità. Eppure il mio credo religioso, che è sempre stato un punto fermo nella mia vita, nasce dalla verità storica di un Uomo che è figlio di Dio, muore su una croce e poi risorge… E tuttavia nelle pagine di Terzani si moveva una serenità, una capacità di accettazione della morte, di leggere la morte come qualcosa d’altro, come la levità che ha l’aria azzurrina all’alba, sulla riva del mare, davanti a un orizzonte infinito. Osservi intensamente quell’orizzonte e sei l’orizzonte. E Terzani, effettivamente, sarebbe morto di lì a poco. Solo alla fine capii che Terzani non era un predicatore, non cercava di far proseliti, che, per dirla con le sue parole, “tutto, compreso il malanno stesso, è servito a tantissimo. E’ così che sono stato spinto a rivedere le mie priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva e soprattutto a cambiare vita. E questo è ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce al tetto dal quale si vede il mondo sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli”.
E’ un insegnamento che ho cercato di fare mio e cerco sempre di ricordare a me stesso, quando mi trovo davanti alla sofferenza, e m’interrogo sulla sofferenza, e quando leggo la sofferenza negli occhi di chi mi è particolarmente caro. Ma è sempre così difficile accettare la sofferenza di un familiare, di una figlia, e penso debba fare ancora molta strada per comprendere quello che Terzani aveva intravisto da quella sua scaletta, da quel tetto su cui s’era arrampicato.

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