E’ uno dei romanzi che più ho amato. Negli anni l’ho letto e riletto, non so più quante volte. Eppure, per quanto faccia, non riesco a ricordare come l’ho incontrato: quando l’acquistai, cosa m’indusse ad acquistarlo… Lo aprii, lo sfogliai e fin dalle prime righe fu innamoramento a prima vista: almeno questo lo ricordo. Ho letteralmente adorato questo romanzo, la sua storia, i suoi personaggi, l’ambientazione, lo stile, la scrittura, tutto. “Q”.
Ho sempre amato il romanzo storico quando è scritto bene, quando sa essere avvincente, quando dietro vi è una ricerca storica accurata, senza improvvisazioni. Per me il romanzo storico è sempre stato un viaggio nel tempo e nello spazio. Ma fino a “Q”, fino al capolavoro dei Luther Blisset, il collettivo di scrittori bolognesi, oggi conosciuti come Wu Ming, fino a “Q”, vi era sempre stato un ultimo diaframma fra me, lettore, e la vicenda narrata. E così erano trascorsi sereni i tempi di “Quo Vadis”, dei “Promessi Sposi”, riletto con passione anni dopo la conclusione del Liceo, di “Guerra e Pace”. Leggevo, divoravo quelle pagine, viaggiavo nel tempo e nello spazio, ma per quanto bravo fosse lo scrittore, eravamo sempre io lettore del XX secolo e, all’altro capo del tempo, Renzo Tramaglino: io non ero Renzo. E non ero Marco Vinicio, patrizio romano, ma solo il suo lettore. E non ero nemmeno il principe Andrej, né appartenevo alle vicende narrate da Tolstoj in “Guerra e Pace”. Li osservavo, studiavo i personaggi dipinti mirabilmente da Tolstoj, la sua capacità assoluta, eterna, di narrare l’uomo e il suo mistero. Ma poi arrivava sempre il momento di chiudere il libro e la storia rimaneva lì nel libro. Invece il giorno che aprii “Q”, mi trovai all’improvviso, letteralmente, inesorabilmente nel mezzo dell’assedio di Frankenausen, il 15 maggio del 1525.
“Quasi alla cieca.
Quello che devo fare.
Urla nelle orecchie già sfondate dai cannoni, corpi che mi urtano. Polvere di sangue e sudore chiude la gola, la tosse mi squarcia.
Gli sguardi dei fuggiaschi: terrore. Teste fasciate, arti maciullati… Mi volto continuamente: Elias è dietro di me. Si fa largo tra la folla, enorme. Porta sulle spalle Magister Thomas, inerte.
Dov’è Dio onnipresente? Il Suo gregge è al macello.
Quello che devo fare. Le sacche, strette. Senza fermarsi. La daga batte sul fianco.
Elias sempre dietro.
Una sagoma confusa mi corre incontro. Mezza faccia coperta di bende, carne straziata”.
Io nemmeno ricordavo la battaglia di Frankenausen dai libri di storia. E improvvisamente mi ci trovavo in mezzo, improvvisamente ero Gert dal Pozzo. La vicenda si stende lungo 650 pagine fitte fitte, lungo trent’anni di storia, l’Europa della prima meta del ‘500. L’ambientazione è precisa, accurata. L’affresco grandioso. Dentro “Q” romanzo storico, scopriamo il giallo, il poliziesco, la filosofia, il romanzo d’avventura, c’è il viaggio, la fuga, l’erotismo, l’horror. Lo stile è forte, raffinato, a tratti spietato. Il linguaggio è moderno. Il passato remoto è bandito: l’uso del presente mette il lettore a proprio agio, lo proietta nella vicenda. Le scurrilità sono parte del linguaggio, perché, come spiegheranno gli autori anni dopo, in risposta ad alcune critiche, le scurrilità facevano parte del linguaggio fin dalla Roma antica. Figurarsi nel Rinascimento dell’Aretino!
“La polvere scende. Uno squarcio di giorno sul massacro. Solo corpi e grida mutilate. Non un ruggito. Poi li vedo: le schiere si aprono, ferro, picche, stendardi al vento, e la foga trattenuta degli animali che scalpitano. Il galoppo scende dal fianco della collina, fragore di zoccoli e corazze: neri, pesanti e inesorabili come la morte. L’orizzonte ci corre incontro cancellando la piana”.
“Q” viene pubblicato nel 2000, mentre a livello planetario s’infiamma il dibattito su economia e globalizzazione. Di lì a poco ci saranno le giornate del G8 di Genova. Molti hanno voluto leggere nel romanzo una grandiosa allegoria dei nostri tempi e certo quel “Omnia sunt communia”, grido di battaglia di Thomas Müntzer, che tante volte viene citato nel romanzo, contribuisce a questa interpretazione. Comunque sia, quando il romanzo giunge alla sua conclusione, che ovviamente non rivelo, anche il lettore giunge alla fine del viaggio e col protagonista può dire: “Tiro un’ampia boccata di fumo dalla canna del narghilè. Le membra si rilassano, sprofondando nel cuscino”.

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