Credo che nemmeno lei avesse previsto di finire nella cinquina del Premio Strega nel 2006, uscendone poi al secondo posto. Lei è Rossana Rossanda; il libro è la sua autobiografia, “La ragazza del secolo scorso”. Sulla copertina dell’elegante edizione Einaudi, campeggia il suo sguardo malinconico, assorto. La sua autobiografia è già in quel volto. All’inizio vi sono i ricordi dell’infanzia, a Pola, in un susseguirsi di gomiti e ginocchia sbucciati, di uova dipinte per la Pasqua, e di giochi in giardino e peonie e piccole rose rosse. E poi l’infanzia che termina precocemente, un evento imprevedibile, drammatico, quasi una profezia per le scelte future. “Dovevo avere cinque anni e svolazzavo per il parco quando qualcosa successe nel 1929 e si gonfiò nel ’30, un’ondata dalla quale papà e mamma furono travolti (…). Un giorno – doveva essere maggio o giugno, ricordo una gran luce – vennero degli uomini in una specie di uniforme che applicarono, sotto la guida d’un capo, dei cartellini dall’orlo smerlettato su ogni mobile, vaso e tappeto. Li aiutai con zelo. Quando ebbero finito e se ne andarono, mamma tornava giusto dall’orto con un cestino di piselli, li sgranammo e lei preparò una frittata. Non so che cosa dissi di quella entusiasmante mattinata quando sedemmo a tavola, ma lei si portò le mani al viso e scoppiò in singhiozzi. Pianse disperatamente a lungo su tutto quel verde e giallo dell’omelette. Non l’avevo mai vista piangere. (…) Quel giorno finì l’infanzia”.
E tuttavia la politica è una scelta ancora lontana in quell’Italia ebbra di retorica e camicie nere. Arriverà solo nel pieno della guerra, a Milano, con il Paese segnato da lutti e tragedie.
“Avevo davanti tre operai sfiniti, forse muratori. Sfiniti di fatica e mi parve di vino, malmessi, le mani ruvide, le unghie nere, le teste penzolanti sul petto. Non li avevo mai guardati, il mio mondo era altrove, loro erano altro, che cosa? Erano la fatica senza luce, le cose del mondo che evitavo, sulle quali nulla si poteva. Come nulla potevo sui poveri, un’elemosina e via. (…) Era con loro che dovevo andare”. E’ l’ottobre del ’43, Rossana Rossanda entra nella Resistenza.
Ho amato questo libro. Mi parve un romanzo, la prosa complessa ma scorrevole, lo stile accattivante. Testo letterario bellissimo, per Claudio Magris. L’ho letto all’uscita in libreria, ormai 12 anni fa, e poi non l’ho più ripreso in mano a differenza di altri. Eppure non l’ho mai scordato. Le pagine più convincenti, le più amabili, sono ancora le più intime, dove il libro acquista le tonalità della confessione, dell’introspezione: il malinconico rapporto col padre; quello con la madre, che soprattutto nelle pagine dedicate alla sua morte, struggenti ed ermetiche, si scopre tenerissimo; la sorella Mimma; l’oblio dei parenti negli sconvolgimenti istriani e nella bufera del conflitto. Il racconto prosegue col dopoguerra, la Costituente, il boom economico, narrati attraverso lenti personali, in una memoria che, come confessa, si fa talora esile. La sua direzione alla Casa della Cultura di Milano, la tragedia di Budapest del ‘56, le rivendicazioni del Movimento femminista. La narrazione si conclude alle soglie degli anni ’70. Su tutto la presa di coscienza della fine di una stagione. E anche se pubblico e privato per lei non sono mai stati separati, narrando l’estate del ’66 e le serate trascorse a preparare l’XI Congresso del PCI, annota malinconica: “Penso al calore di quelle serate – fuori una Roma dolce ed estiva, le notti chiare, piazza Navona a pochi passi e le nostre teste in movimento; fu l’ultima stagione nella quale la storia parve andare con noi. (…) Dove sono finiti gli amici più amati, quelli che mi tenevo così vicini?”
E dunque, al di là delle idee, è proprio questa dimensione umana del far politica, che pare ormai cosa tanto rara, che più mi ha colpito di questo libro e me lo ha reso caro.

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