L’ultimo ricordo che ho di lui risale alle prime luci dell’alba di un giorno di fine estate, nel 1981: la famiglia in partenza dopo le vacanze estive, il lungo viaggio di ritorno a Desenzano, l’ultimo saluto alla Calabria. Il nonno s’era alzato per salutarci. Lo abbracciai. Ho ancora davanti agli occhi le sue mani dalle lunghe dita che mi stringono. Mi disse: «Scrivete!» Ma a quell’epoca non amavo scrivere lettere e quando mi decisi a farlo, la primavera successiva, la lettera non fece a tempo a partire… Nella mia biblioteca da cui idealmente non mi separo mai ci stanno anche i suoi libri: non tanto i testi universitari di docente di geografia, quanto le poesie che già allora amavo. Quei suoi versi che risalivano alla sua giovinezza, ma che ancora si trovano pubblicati, dove cantava malinconico, con uno stile vicino al Pascoli, gli affetti familiari, l’amicizia, il tempo che scorre senza posa, e soprattutto quella natura che osservava con occhi sempre nuovi, dove la curiosità del geografo si univa all’amore per quella Calabria che temo non esista più. Da quelle sue poesie ho imparato che la bellezza consiste sempre in uno sguardo stupito: la bellezza è stupore. In questi 36 anni credo non sia passato un solo giorno, senza che gli abbia rivolto almeno un breve pensiero. Aveva idee politiche molto diverse dalle mie, e oggi probabilmente non esiterebbe a rimproverarmi più o meno bonariamente. Ma amava l’Italia e, al pari di me, oggi credo sarebbe molto amareggiato dallo spettacolo indecoroso di chi regge il Paese.

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