Vi è un passaggio del Grande Gatsby, verso la fine del romanzo, che mi è sempre rimasto impresso: l’estate del ’22 è lì morente a Long Island, Gatsby si concede un’ultima nuotata nella piscina, e Fitzgerald scrive: “Dovette avvertire la sensazione di aver perduto intanto tutto il calore del caro vecchio mondo, di aver pagato un alto prezzo per il suo voler vivere troppo a lungo in compagnia di un unico sogno. Dovette probabilmente sollevare gli occhi a un insolito cielo attraverso foglie che ora gli facevano paura e dovette rabbrividire nello scoprire che cosa grottesca fosse poi una rosa e come fosse crudele la luce del sole su un’erba appena nata”. “Il Grande Gatsby” è un altro dei libri da cui, in qualche modo, non mi separo mai. L’ambientazione è quella sontuosa e assieme spensierata degli anni ’20, prima che la Grande Depressione venisse a spazzare via tutto. Fitzgerald racconta le feste scatenate nella sfarzosa dimora di Gatsby e davanti ai nostri occhi appaiono le orchestre del jazz, i balli sfrenati, le frangette, i cappelli a cloche… A questa scena fa da contraltare il tema della solitudine che ha al centro il protagonista e che rende il romanzo così moderno: la rosa è diventata una cosa grottesca, la luce del sole sa essere crudele… Gatsby incarna il sogno americano a cui ormai Francis Scott Fitzgerald guarda con occhi disincantati. Lo scrittore ha appena 30 anni quando scrive questo romanzo, che può essere considerato, a mio avviso, il suo capolavoro. Ormai s’è convinto che è tramontata la stagione dei miti: per sé, ancor giovane e già disperato e vittima dell’alcolismo; e per quegli Stati Uniti che hanno ormai smarrito il mito fondante della Frontiera.
La narrazione si svolge su tre piani sequenza che s’intrecciano mirabilmente, grazie alla maestria dello scrittore e alla sua penna scorrevole: l’incontro fra Gatsby e Daisy; il ricordo della storia d’amore fra i due, molti anni prima; e il racconto che di quell’estate del ’22 fa il cugino di Daisy, Nick Carraway, con cui il lettore finisce per identificarsi.
Nell’amicizia fra Nick e Gatsby il lettore si rifugia. Tutt’attorno il culto del lusso, la ricerca e il soddisfacimento di interessi grandi e piccoli, il tradimento dei sentimenti, la falsità delle amicizie, l’ipocrisia dei rapporti… Nick riesce a sopravvivere a tutto questo abbandonando il sogno della fortuna facile, tornando a quelle radici da cui s’era staccato. Di lì a poco il crollo di Wall Street verrà a decretare la fine di quegli anni. Eppure Fitzgerald, alla fine del racconto e a dispetto di tutto, ancora crede in quel futuro: “Ci è sfuggito una volta, allora, ma non importa, domani correremo più in fretta, tenderemo di più le braccia. E un bel mattino… Così procediamo a fatica, barche contro corrente, risospinti senza sosta nel passato”.

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