Sono stato un lettore instancabile fin dall’infanzia. Eppure il primo libro che mi ha fatto conoscere il piacere della narrazione è arrivato più tardi, quando ormai ero un adolescente. Si può amare o non amare la lettura, e, per inciso, è scoraggiante scoprire quanto poco gli italiani ormai amino leggere. Ma anche quanti amano la lettura, quanti amano leggere, non sempre sono arrivati a scoprire il piacere appagante che può dare la narrazione, leggere una storia, scoprire dei personaggi, farsi strada in una vicenda sconosciuta, con la stessa curiosità o talora la passione che ci cattura nello scoprire un luogo incognito. Quando incontriamo il piacere appagante della narrazione, ne veniamo catturati, e cominciamo a scrivere a nostra volta. Come un contagio. Non importa che sia narrativa o saggistica, che sia un romanzo, o degli articoli, oppure delle poesie che leggeremo solo noi, delle lettere, un diario… Si scopre il piacere della penna che soffice affonda sulla carta, quando la carta è bella, oppure il ticchettio nervoso della tastiera. Mi sono attardato tanto in questa introduzione, perché, a ben vedere, è questo che devo, più di tutto, a “Il nome della rosa”. La scoperta del piacere della narrazione per me è giunta con questo romanzo. Per il resto tutto è stato detto e tutto è stato scritto di questo libro che, pubblicato nel 1980, ha avuto nel tempo decine di ristampe, è stato tradotto in una cinquantina di lingue, vanta qualcosa come 50 milioni di copie vendute, una trasposizione cinematografica, vari documentari. E nonostante questo, molto ancora ci sarebbe da scrivere anche qui, adesso, di questo romanzo, tanto è affascinante la sua narrazione, complesso il gioco di rimandi eruditi a cui si abbandona, divertito, Umberto Eco; piacevole la sua lettura; curiosa la scoperta di trovarsi al cospetto di un libro sui libri; appassionante il giallo e la ricerca dell’assassino. Ma c’è un’altra cosa che devo a “Il nome della rosa”, ed è la scoperta del Medioevo. Sono figlio anch’io, come tutti, della razionalità novecentesca: mi è stato insegnato che il Medioevo è stata una stagione lugubre nel cammino dell’uomo. Negli ultimi decenni gli storici hanno rivalutato in gran parte questo periodo storico, rischiando talora di scadere nell’eccesso opposto: per quanto lo si voglia rivalutare, il Medioevo, perlomeno il Medioevo europeo, rimane pur sempre il periodo in cui crolla l’aspettativa di vita, in cui si diffondono le pestilenze, gli eretici sono perseguitati, la povertà e le disuguaglianze sociali sono un fatto endemico… Forse non era nemmeno nelle intenzioni di Eco una rivalutazione del Medioevo: è anch’egli figlio dei Lumi, in fondo, e molte delle scene narrate e della psicologia dei protagonisti, sono esattamente come ci attendiamo venga narrato il Medioevo. Eppure la precisione accurata dell’ambientazione e il fascino della vicenda; l’attrazione esercitata dalle correnti filosofiche medievali, su cui pure Eco s’attarda; l’attenzione all’estetica; la curiosità per un’epoca ormai a noi così lontana e rispetto a noi così diversa; tutto in questo romanzo c’induce a riprendere in mano i saggi di storia e riscoprire questo lunghissimo, incredibile, sanguinoso, poliedrico, festoso, fosco, erotico, mistico, anarchico periodo storico che è stato il Medioevo.

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