Il libro che mi ha aperto le porte della letteratura latino-americana è stato “La casa degli spiriti”, opera prima e capolavoro di Isabel Allende. Il romanzo venne pubblicato in Italia nel 1983. Ricordo ancora quando lo ritirai in biblioteca a Desenzano, un paio di anni più tardi. La vecchia biblioteca che era ubicata nel palazzone che i desenzanesi chiamano da 50 anni, in modo un po’ pretenzioso, “il grattacielo”. Lo ritiro, rientro a casa e comincio a leggere, e poi non smetto più di leggere fino alla fine. Lo leggo tutto d’un fiato, affascinato dalla storia, affascinato da quella prosa scorrevole dalle proposizioni lunghissime, dove spesso discorso diretto e indiretto si sposano e si confondono, per dare più immediatezza ai dialoghi e quasi permettere al lettore di partecipare alla narrazione. Com’è noto, il romanzo racconta le vicende di una famiglia cilena, lungo tutto il ‘900. Anche se la narrazione ruota attorno all’ascesa sociale di Esteban Trueba, il romanzo è in realtà soprattutto una storia di donne: Rosa, Clara, Férula, Blanca, Alba… Fino ad allora il Cile per me erano state le scene drammatiche di “Missing”, il film di Costa Gavras, la cui visione, con la scuola nell’83 costituisce una sorta di spartiacque nella mia vita: prima di “Missing” e dopo “Missing”… In effetti Isabel Allende è nipote di Salvador Allende e l’ultima parte del romanzo è ambientata proprio negli anni del golpe e dell’inizio della dittatura. Ma, come scrivevo, il romanzo è soprattutto una storia di donne: donne che lottano contro le ingiustizie sociali; donne che si battono per i diritti e contro le iniquità; donne che insegnano agli uomini a guardare al di là dello specchio, e a intendere la realtà nella sua unità fatta di visibile e invisibile, di viventi e di spiriti, tutti partecipi del mistero della vita e dell’unico sentimento capace di intenderla, l’unico per cui vale la pena di vivere: l’amore.

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