Basilico, pianta di re

L’orto s’è ormai trasformato in una piccola brughiera e attende, sotto la pioggia, d’esser accompagnato al riposo invernale, a forza di braccia e motozappa. Dove s’era sviluppata una selva di cuori di bue e san Marzano e zucche d’Albenga, rimangono solo i peperoncini a sfidare l’autunno, allegri e ostinati. I peperoncini e… il basilico, un grande cespuglio di basilico profumato, alto un metro, che non si dà vinto all’estate che è ormai un ricordo. Voglio aiutarlo: ho acquistato una piccola serra popup, nel tentativo di fargli superare l’inverno. E’ un’impresa disperata, ma questo non glielo dico. Amo il basilico, il suo aroma intenso che mi ricorda altre stagioni della mia vita, quel suo colore smeraldo, quasi impudico. Il nome viene dal greco: basilico, pianta dei re. Anche se non è mancato chi l’ha accostato al Basilisco, spietato animale mitologico. Il basilico era caro ad Afrodite e Plinio lo considerava un potente afrodisiaco. Antichi unguenti a base di basilico furono trovati a Pompei. Pare sia originario dell’estremo oriente. Quando sia giunto in Europa nessuno lo sa con certezza, ma è ormai ingrediente indispensabile della cucina mediterranea. Io adoro il pesto alla genovese, uno dei miei piatti preferiti. Ma amo il basilico pure nell’impasto delle frittelle dei fiori di zucca. Naturalmente col pomodoro, accostato all’origano. E poi con le melanzane, qualsiasi sia la ricetta, sempre fresco, aggiunto a crudo. Oppure nella pasta condita con le zucchine fritte, una ricetta semplice e veloce. Si friggono le zucchine tagliate a rondelle non troppo sottili. Le zucchine devono essere di stagione e fragranti. Devono brunire, ma non annerirsi. Terminata questa operazione, assieme alle zucchine fritte si conserva l’olio, dell’ottimo olio extravergine di oliva, magari lo Zadruga di Sergio. La pasta, se possibile pasta integrale bio, dopo la cottura vien fatta saltare nell’olio e nelle zucchine. Prima di servire, spolverare con buon pecorino stagionato e aggiungere le nostre foglie di basilico.

Quest’anno ho scoperto questa varietà arbustiva, dalle foglie piccole e molto profumate. L’ho piantata come tutti gli anni: in un pomeriggio di sole ho estratto con delicatezza la piantina dal vasetto, tastando le foglie carnose, l’ho piantata nella terra morbida, le unghie che si anneriscono nella terra, mentre il suo aroma sensuale mi entra dentro e mi riconcilia con l’esistenza. Certo non mi aspettavo un cespuglio di un metro d’altezza!

Jean-Claude Izzo, che di buona cucina se ne intendeva, in Aglio, menta e basilico canta il Mediterraneo coi suoi colori, la sua luce, gli odori: la menta, il sapore d’aglio nella bocca di una donna, e appunto il profumo di basilico alla finestra. Il Mediterraneo di Izzo, scrivevo una quindicina d’anni fa per un altro blog, non come vastità e assenza, ma luogo che unisce, luogo dell’amicizia fra le genti. Un canto d’amore alla vita. Se allora m’avessero detto che il Mediterraneo, a distanza di quindici anni, si sarebbe trasformato in un mare chiuso da muri invisibili, e l’Italia in un Paese nuovamente tentato dal razzismo, non ci avrei creduto. Ma torniamo al nostro basilico. Nel Medioevo il basilico è una pianta preziosa e ricercata, ingrediente principale di pozioni e infusi, utile anche alla profumazione della casa. In una delle più belle novelle di Boccaccio, Lisabetta da Messina ne possiede una pianta rigogliosa, muta testimone delle sue notti di passione col giovane Lorenzo, garzone dei fratelli, assai bello della persona e leggiadro molto. Nel suo Decameron Pasolini immagina Lisabetta come una fanciulla timida e malinconica. Io invece credo che fosse passionale e ardente. Non si capirebbe altrimenti l’epilogo della vicenda. Costumata la definisce il Boccaccio, ma io credo lo dica ironicamente. Infatti poco più avanti aggiungerà che era Lisabetta a raggiungere Lorenzo nella sua stanza. E fu in una di queste notti d’amore che vennero scoperti dai fratelli della ragazza. E così attirarono con l’inganno il giovane in campagna e lo uccisero. Lisabetta ignara dell’accaduto si dispera nell’attesa dell’amante scomparso, e audace com’è, senza temere l’ira dei fratelli, domanda cos’è stato di Lorenzo. Fino a quando una notte, l’amante non le appare in sogno, svelandole la sorte tragica e indicando il luogo dov’è stato sepolto.

La fanciulla dissotterra il corpo dell’amante, il corpo che tante volte ha baciato e accarezzato, a cui tante volte si è unita, e non potendolo portar con sé, ne taglia la testa. E proprio qui, in questa tragica vicenda che dalla luce mediterranea della Marsiglia di Izzo, ci ha proiettato fin nel cuore erotico e oscuro del Medioevo, incontriamo di nuovo il nostro basilico. Lisabetta, incapace di separarsi dall’amante, finisce per conservarne la testa nel vaso che ospita la rigogliosa pianta, un bellissimo basilico salernitano, che innaffierà solo di acqua di rose e di acqua di fiori d’arancio, e delle sue lacrime. E il basilico piangeva delle lacrime della fanciulla, racconta il Boccaccio, e cresceva rigoglioso. L’uomo del Medioevo ha un diverso rapporto con la morte: la morte è una cosa normale, che fa parte della vita. E davvero insolito apparirà a chi ha del Medioevo un’immagine convenzionale, il licenzioso materialismo del Boccaccio: dalla morte la vita; dalla fine tragica di un amore, la narrazione geniale che ne perpetua la bellezza fino ai nostri giorni; dalla decomposizione della carne, la bellezza e il profumo fragrante del basilico, pianta di re.

Riuscirà il mio basilico a superare l’inverno?

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