«Andiamo a far San Martino»

Un tempo la festa di San Martino di Tours, l’11 novembre, segnava la scadenza dei contratti agricoli che legavano i braccianti al latifondo. La precarietà del rapporto era tale da privare di qualsiasi potere contrattuale i lavoratori dei campi privi di terra, ai quali, se il contratto non veniva rinnovato, non rimaneva che cercarsi un nuovo padrone. I proprietari terrieri spesso applicavano questa usanza dalle origini medievali, anche quando potevano dirsi soddisfatti del lavoro svolto dai propri braccianti, e anche quando l’annata era stata abbondante.
Nemmeno la diffusione della Lega, il sindacato di un tempo, riuscì a cambiare le cose. L’avvento del fascismo poi, che trovò proprio fra i latifondisti, gli “agrari”, i più fanatici sostenitori, non fece che acuire la povertà dei braccianti e, in misura minore, dei mezzadri.
«Andiamo a far San Martino». Ne raccontano Ermanno Olmi ne “L’albero degli zoccoli”, e anche Bernardo Bertolucci nel suo epico “Novecento”. A San Martino era usuale incontrare lungo le campagne della grande pianura, carri dolenti su cui famiglie sventurate, cariche di povere masserizie, cercavano fortuna: un nuovo padrone, nuovo lavoro, nuove stagioni, un nuovo raccolto. «Andiamo a far San Martino».

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