Bernardo Bertolucci, Novecento, Il Quarto Stato

La prima volta che sentii parlare di “Novecento”, a mio avviso il capolavoro di Bernardo Bertolucci, fu da un critico cinematografico, al termine di una proiezione nel vecchio Cineforum dell’Oratorio “Paolo VI” di Desenzano. Erano i primi anni ’80, “Novecento” era uscito nelle sale appena sei o sette anni prima, e quel critico chiamato a commentare la proiezione in programma quella sera, prendeva a riferimento “Novecento” criticandone la vicenda e le immagini che riteneva convenzionali: «i santini dipinti da “Novecento”». E’ buffo: non ricordo il film in programma quella sera, ed è normale, sono trascorsi 35 anni; e tuttavia ricordo testualmente, come fosse ieri, la battuta di quel critico, persino la gestualità che l’accompagnò, e mi è ritornata in mente oggi, alla notizia della morte di Bertolucci.
Bertolucci era nato a Parma ed era figlio della Bassa, figlio del Po. E la Bassa, il Po sono presenti in tutti i suoi film, non semplicemente per l’ambientazione, come in “Prima della rivoluzione” (1964), in “Novecento” (1976), ne “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981), ma per una scoperta: la scoperta di una terra bellissima e di un fiume che scorre immutabile nel tempo, mentre, all’opposto, ci sono i mutamenti del mondo. E in questa immutabilità irriducibile ai mutamenti si genera una sorta di lotta personale, talora d’incapacità ad adattarsi, talora veri drammi esistenziali. Esattamente come nella vita e nei quadri di un altro figlio di quelle terre: Antonio Ligabue.
La fotografia, l’istantanea di questo mutamento drammatico che si fa dramma esistenziale, ritorna un po’ in tutti i film di Bertolucci: evidente in “Ultimo tango a Parigi” (1972), “L’ultimo imperatore” (1987), “Il tè nel deserto” (1990); si fa introspezione dell’adolescenza e dei suoi riti di passaggio in “Io ballo da sola” (1996) e “The Dreamers” (2003); per raffigurare poi in “Piccolo Buddha” (1993) i drammi di tutta una cultura arcaica costretta dalla storia ad adattarsi alla modernità, e tuttavia rimanere immutabile.
“Novecento” riassume tutto questo e nella storia di persone e di famiglie, i “santini” di cui immeritatamente parlava quel critico, narra con tratto epico una storia di popolo, lungo tutto un secolo di lotte. Ma “Novecento” va ancora oltre. Il film si apre con l’immagine de “Il Quarto Stato”.

Conviene soffermarsi un momento su quest’opera, perché aiuta a capire meglio cosa intendo. Pelizza da Volpedo dipinse la tela fra il 1891 e il 1901.

Un periodo di grandi cambiamenti sociali. I cambiamenti, ancora… Pelizza usa i propri compaesani come modelli: gente che conosce la povertà, poiché la vive giorno per giorno, è la gente che conosce bene, che frequenta. Le tre figure centrali sono le più famose, anche perché accentuano nel quadro il moto che investe lo spettatore. L’immagine complessiva risulta dotata di una sorta di tridimensionalità, grazie a quelle tre figure centrali. E nel loro moto risiede il significato principale dell’opera: il cammino, il progredire del proletariato. Giustamente Bertolucci usa la tela per i titoli di testa di “Novecento”, con la cinepresa che s’allarga lentamente a riprendere tutta quanta l’opera: l’effetto accentua il movimento dei personaggi, mentre in sottofondo la colonna sonora di Morricone imprime alla scena una sua epicità. Per il personaggio centrale Pelizza s’ispira a due diverse figure maschili, due compagni con cui amava intrattenersi a discuter di politica: Giovanni Zarri, Gioanon, un laborioso muratore padre di otto figli, e Giovanni Gatti, il farmacista di Volpedo. La figura femminile invece, così tenera e forte allo stesso tempo, dolce e tragica nella sua autenticità, è Teresa Bidone, la moglie dell’artista. Sarebbe morta di parto nel 1907, insieme al bimbo che, se fosse nato, sarebbe stato il terzo figlio di Pelizza. L’artista dopo un mese si sarebbe impiccato. Il bimbo è Luigi Albasini, figlio di contadini di Volpedo. La terza delle figure centrali, quella con la giacca sulla spalla, è Giacomo Bidone: era falegname e presto avrebbe abbandonato Volpedo. Imbarcatosi per l’America, emigrante come tanti italiani a quel tempo, non se ne seppe più nulla. E poi c’è la folla alle spalle del gruppo centrale. Sulla destra della tela ecco un uomo con la testa girata: è Giuseppe Tedesi, detto Pepù, un artigiano specializzato nella lavorazione della terracotta; batteva la campagna barattando i suoi vasi con pelli di coniglio, che poi rivendeva ad Alessandria, alla Borsalino. Accanto a lui un uomo che tiene per mano un bambino biondo: è Lorenzo Roveretti, un contadino che con un bidone e una grondaia s’era costruito una rudimentale autobotte e se ne andava per il paese, su incarico del Comune, lavando strade e marciapiedi. Alle spalle è raffigurata Emilia Bruno, la moglie del falegname, la donna più bella del paese. Sul lato opposto della tela un uomo con le braccia curiosamente aperte, come catturato in un’accesa discussione col compagno che ha vicino: è Luigi Dolcini, un altro contadino. Pelizza lo volle con le mani aperte verso lo spettatore, a mostrare i calli sulle dita. Alle sue spalle s’intravede la testa di Carlo Maria Leocini, che era il calzolaio e postino del paese. C’è un altra figura femminile, la prima figura a sinistra della tela: Maria Albina Bidone, cognata di Pelizza, sorella quindi di Teresa. Morì, come Teresa, in quel tragico 1907, ma di tisi. Al suo fianco il marito Giovanni Ferrari, raffigurato come un uomo corpulento e virile: era fabbro e pure lui si suicidò alla morte della compagna. Mi sono soffermato tanto sul “Quarto stato”, perché nell’intuizione di Pelizza di un Socialismo che doveva vestirsi della vita delle donne e degli uomini che componevano il proletariato, delle loro sofferenze, delle poche soddisfazioni di tutta un’esistenza di fatica, vi è la stessa intuizione di Bertolucci nel suo “Novecento”. Bertolucci non si limita a narrare il dramma personale di individui al centro di mutamenti storici, ma arriva a dipingere il dramma di tutto un popolo nei mutamenti storici e sociali del ‘900. La storia passa attraverso le vicende personali dei suoi protagonisti, come la luce che attraversa un prisma. Una storia fatta di persone: Olmo Dalcò, Alfredo Berlinghieri, Attila Melanchini, Anita Furlan. E per questa storia fatta di persone occorreva un cast stellare: Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Domique Sanda, Donald Sutherland, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Laura Betti, Romolo Valli e Francesca Bertini, diva del muto all’ultima sua apparizione cinematografica. Quello che quel critico cattolico non comprese, tanti anni fa, è l’intuizione cristiana che l’ateo Bertolucci ebbe: la storia del ‘900, la nostra storia, non è semplicemente storia di popolo, ma è storia di persone. La storia con tutti i suoi drammi, le sue passioni, le sue lotte, le sue conquiste sociali, è sempre una storia di persone con drammi, passioni personali, lotte e conquiste sociali da raggiungere.

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